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4.2 La questione leucippea.

 

    La comparsa della tesi atomistica sullo scenario della filosofia greca assume il significato di un irruzione di pluralismo estremo nel panorama di una fisica e di una metafisica dominate dalla pervicace ricerca di un origine “unica” per tutte le cose esistenti [1]. Un operazione di questo tipo deve aver generato all’epoca uno sconcerto non facilmente assorbibile, soprattutto nell’originaria versione leucippea basata su un casualismo ontologico che doveva apparire intollerabile. Non meno intollerabile di quanto non appaia anche nei tempi moderni, a giudicare dal pervicace e ripetuto tentativo di “addomesticare” l’atomismo leucippeo sostenendo, un impossibile e surrettizia derivazione dall’eleatismo, sulla base, come si è visto, di inconsistenti notizie circa un alunnato di Leucippo presso Zenone di Elea.

    Ma non soltanto di questo si tratta, infatti il problema non è tanto biografico quanto filosofico, e sotto due aspetti entrambi fondamentali: quello del metodo e quello del merito. Per quanto riguarda il primo aspetto va detto che la filosofia di Zenone si costituisce attraverso un procedere logico-dialettico che farà scuola e rimarrà esempio procedurale per tutta la logica successiva. Ma ciò è del tutto estraneo a Leucippo, e non soltanto perché dai documenti che ci informano sulla sua filosofia (e che verosimilmente ne riprendono l’argomentazione) è del tutto assente questo modo di argomentare, ma perché probabilmente per esporre la fisica degli atomi sarebbe del tutto inefficace. È infatti il discorso zenoniano un tipo di discorso su base confutativa prima che affermativa e quindi del tutto inutile per proporre e descrivere una nuova teoria fisica. Si aggiunga che sulla base dei testi a nostra disposizione appare in Zenone mancare completamente gli argomenti fisico o cosmogonico e che persino quello ontologico è reso pochissimo e con poche tracce del tutto insignificanti e tributarie di Parmenide [2]. La filosofia di Zenone, d’altra parte,  si costituisce attraverso “ragionamenti” logico-dialettici astratti (che anticipano molti posteriori procedimenti matematici), mentre quella leucippea è fatta di descrizioni fisico-cosmologiche concrete; perciò esse si muovono in direzioni completamente differenti e sul piano ontologico del tutto opposte. Ma vi è poi un problema specifico di merito, in quanto l’obbiettivo che si pone Zenone è quello di dimostrare l’inesistenza dell’infinito e della molteplicità, mentre quella di Leucippo è quella di porre un infinito (il vuoto) come condizione dell’esistenza della molteplicità degli atomi. C’è veramente da domandarsi in virtu di quali stravaganti supposizioni sia stato possibile collegare tra loro posizioni filosofiche così puntualmente contrarie ed oppositive.

    Tolto di mezzo ogni riferimento all’eleatismo, in quanto inconsistente e contraddittorio, la domanda che ci si può porre è però se la filosofia leucippea sia lo straordinario frutto di un pensiero rivoluzionario e innovativo oppure non abbia trovato dei precedenti a cui appoggiarsi od agganciarsi, e in tal caso quali siano questi precedenti e come abbiano potuto porsi come prodromi dell’atomismo leucippeo. Ma se teniamo presente che Leucippo è uno ionio (probabilmente di Mileto) diventa immediatamente chiaro come la sua filosofia non sia che il coronamento di un lungo processo evolutivo del pensiero greco-ionio [3]. 

    Della vita di Leucippo si conosce poco o nulla (ne è stata persino messa in dubbio la reale esistenza) e non vi è nulla di certo per poterne tracciare adeguatamente la figura, la sua patria e le sue vere ascendenze culturali. Le opere di lui sono poi, come si è visto, spesso confuse (o fatte confluire) con quelle del suo allievo Democrito [4]. Le fonti alle quali attingere sono pertanto costituite dalla tarda biografia di Diogene Laerzio e da un numero abbastanza limitato di testimonianze che coprono un arco di nove secoli. Sentiamo subito che cosa dice Diogene (IX, 30 sgg., Vors. 67.A.1):

 

    Leucippo nacque ad Elea; secondo certuni, ad Abdera; secondo altri, a Mileto. Fu scolaro di Zenone. Egli affema che le cose sono infinite di numero e si trasformano le une nelle altre; e che l’universo consta di vuoto e di pieno. […] [5]

 

Abbiamo fatto qui parlare per primo il biografo per eccellenza, in quanto estensore del testo più corposo su Leucippo, ma non dobbiamo dimenticare che Diogene scrive nel III secolo; quindi non possiamo esimerci dal chiederci quali elementi di certezza egli potesse possedere per affermare che Leucippo fosse di Elea (ed in più allievo di Zenone) dal momento che, per quanto ci risulti,  prima di lui soltanto lo Pseudo-Galeno (Historia philosopha, 3) e Clemente Alessandrino (Stromata, I, 64) avevano affermato essere Leucippo scolaro di Zenone; affermazione ripetuta poi da Sant’Ippolito (Refutatio I,12) che verosimilmente lo desumeva dal testo di Clemente di cui era certamente a conoscenza. Quali elementi potessero avere i sopra-citati per definire Leucippo scolaro di Zenone non lo sappiamo, ma è certo che questo alunnato di Leucippo sotto il famoso eleate compare molto tardi e paiono quindi legittimi seri dubbi circa l’attendibilità di tale asserzione, tra l’altro maturata in ambiti piuttosto estranei alla fisica e alla cosmologia. Infatti è solo nello scritto psudo-galenico (verosimilmente nato in ambito medico-filosofico e più tardo rispetto agli autentici scritti di Galeno) che compare questa assoluta novità. Ciò poiché, in ordine di tempo, la testimonianza più antica che possediamo su Leucippo rimane ancora sempre quella di Aristotele, il quale non cita mai la patria d’origine di Leucippo né fa alcun accenno a Zenone come suo maestro. Piuttosto, nel considerarlo il fondatore della scuola di Abdera (e nell’accostarlo costantemente a Democrito) se non ci lascia pensare che lo ritenga abderita neppure ce lo fa escludere. Nell’ordine temporale della documentazione di cui disponiamo lo Stagirita è seguito poi da Aezio (I sec.), il quale invece sembra avere un idea molto precisa di dove sia nato Leucippo, laddove afferma (I, 3, 15, Dox.285, Vors. 67.A.12):

 

Leucippo di Mileto poneva quali principi ed elementi del reale il pieno e il vuoto. [6]

 

Ovviamente non è detto che Aezio, quattro secoli dopo Aristotele, avesse maggiori elementi per definire la patria di Leucippo, ma è importante notare che comunque, sino a questo momento, né di un suo alunnato presso Zenone e tanto meno di una sua provenienza da Elea si parla.

    Ma torniamo alla già ricordata Historia philosopha (Hist. Philos., 3, Dox.601, Vors. 67.A.5), uno scritto già attribuito a Galeno e poi rivelatosi da studi novecenteschi non di lui, nel quale (parlando di Zenone) si afferma:

 

Leucippo di Abdera, scolaro di costui [Zenone d’Elea], per primo arrivò alla scoperta degli atomi. [7]

 

Quali elementi poteva avere questo misterioso Pseudo-Galeno per rendere una simile affermazione? Non possiamo saperlo come è ignoto il personaggio, ma il fatto che nessuno prima di lui ne avesse accennato appare certamente molto significativo. Quel che è certo è che tale affermazione, ritenuta di Galeno e complice il grande prestigio di lui (ricordiamo che fu medico personale degli imperatori Marco Aurelio e Commodo) ha dato inizio a tutta una serie di deduzioni circa Elea come luogo di nascita di Leucippo che alla luce delle precedenti testimonianze (verosimilmente più attendibili) appaiono del tutto arbitrarie. La notizia di un presunto alunnato di Leucippo sotto Zenone nasce dunque in ambito romano intorno al II-III sec. e quindi almeno sei secoli più tardi dell’esistenza reale di Leucippo.

    Ma torniamo a Diogene Laerzio per rilevare un particolare non privo di significato, ovvero che Diogene aggiunge quel «secondo certuni, ad Abdera; secondo altri, a Mileto».Ciò significa che egli sente il dovere di citare anche l’esistenza di voci difformi sulla patria di Leucippo e si deve presumere che, se lo fa, è perché ha qualche dubbio sulla veridicità della sua affermazione, anche (e se non altro) in relazione sia all’omissione di Aristotele e sia alla precisazione di Aezio. Se vogliamo poi completare il quadro delle nostre testimonianze abbiamo Sant’Epifanio che nel IV sec. (Adversus haereses, III, 2, 9, Dox.590, Vors.67.A.33) parla di un «Leucippo di Mileto, o di Elea» [8] e ancora più tardi (VI sec.) Simplicio, che ci riferisce di un «[…] Leucippo, di Elea o di Mileto (perché su di lui c’è l’una e l’altra tradizione), parteggiando per la filosofia di Parmenide non seguì però la stessa via di Parmenide e di Senofane […]» [9]

    Dalle osservazioni e dalle citazioni sopra fatte ne emerge che non vi è nessuna buona ragione storiografica per affermare che Leucippo sia stato scolaro di Zenone, poiché le testimonianze in tal senso sono tutte molto tarde, essendo la più recente in tal senso quella già citata dello Pseudo-Galeno, che non sembra poter risalire ad un epoca precedente la seconda metà del II secolo o l’inizio del III. In quanto a Diogene Laerzio, si sa come egli sia uno straordinario “raccoglitore” di notizie assai preziose, ma che non pare sufficientemnte critico nel selezionare le sue fonti di informazione, le quali sono poi, ricordiamolo, quelle del mondo greco-romano in un pieno III secolo ormai caratterizzato dalla forte presenza della cultura cristiana e di quella neoplatonica (ideologicamente nemiche e contrapposte, ma, ovviamente, entrambe del tutto aliene dall’occuparsi di un misterioso filosofo ateo del V sec.a.C. se non per condannarlo).      

    Ma ammettiamo che lo Pseudo-Galeno sia personaggio credibile e che abbia qualche buona ragione per indicare Zenone come maestro di Leucippo, occorrerà allora anche sottolineare il fatto che egli definisce Leucippo come nativo di Abdera. Dunque, secondo l’autore dell’Historia philosopha Leucippo dovrebbe essere un abderita che per qualche ragione si sarebbe trasferito ad Elea, oppure che avesse avuto qualche occasione di prendere lezioni da Zenone in qualche altro luogo. Ricordiamo che sino a questo Pseudo-Galeno nessuno aveva mai parlato di Zenone come maestro di Leucippo e tanto meno che egli potesse essere nativo di Elea; il ché avverà soltanto più tardi con Diogene Laerzio. Ora, se ci vediamo deduttivamente indotti ad escludere ogni riferimento ad Elea come luogo d’origine di Leucippo ci si deve chiedere  “come” e “dove” egli avrebbe potuto prendere lezioni da Zenone fuori di Elea. Abbiamo appreso nel Parmenide (127 a-b) platonico che Zenone, al seguito di Parmenide, avrebbe soggiornato ad Atene in occasione di una ricorrenza quadriennale delle Grandi Panatenee [10]. Questa visita, in base ai dati biografici e storici, avrebbe potuto avvenire intorno alla metà del V sec.a.C. Bisognerebbe allora presumere che: 1)  Leucippo si trovasse ad Atene in quel frangente e 2) Zenone vi tenesse lezioni di filosofia. Supposizioni, entrambe, assai problematiche; la prima perché non abbiamo notizia alcuna di un soggiorno di Leucippo ad Atene, la seconda perché sappiamo che Parmenide e Zenone sarebbero stati nella città attica per ragioni eminentemente politiche e non certo culturali. 

    Nella nostra ricerca volta a definire con caratteri di sufficiente probabilità la patria di Leucippo ci restano ancora tre possibilità di indagine che non lasceremo cadere: a) quella storica, b) quella geografica e c) quella antroponimica. Relativamente alla a) noteremo allora che Abdera sarebbe stata fondata, secondo il mito, da Ercole, mentre in realtà è colonia fondata e costituita da emigrati di Clazomene verso la metà del VII sec.a.C. Successivamente distrutta dai Traci venne poi ricostruita da abitanti di Teo (località poco a sud di Clazomene) in fuga dall’avanzata dell’impero persiano; sotto il cui dominio, comunque, Abdera cadde nel 515, rimanendovi poi sino al 478 a.C., data alla quale entrò a far parte della Lega delio-attica (rimanendovi sino al 411). Sono proprio questi gli anni, a cavallo della metà del V sec., in cui Leucippo, sempre che di Abdera non sia nativo, è arrivato in questa città, poiché Democrito (che vi nasce nel 460 circa) potrebbe essere diventato suo allievo dopo il 445. 

    L’insieme delle circostanze storiche sopra ricordate ci lascia pensare che Leucippo potrebbe aver fatto parte della seconda ondata migratoria dalle coste ioniche verso aree della Grecia più lontane dal centro del dominio persiano, ma comunque raggiungibili abbastanza facilmente. Clazomene e Teo sono città della Lidia, che è regione confinante con la Caria, e si trovano rispettivamente tra gli ottanta e i settanta chilometri circa da Mileto, che è una delle città più citate come possibile patria di Leucippo, sia pure soltanto da Aezio in poi. Il quale, in ogni caso, precede di almeno due secoli Diogene Laerzio che la indica invece in Elea (sulla scorta dello Pseudo-Galeno), ma che non va dimenticato l’associa comunque anche ad Abdera («secondo alcuni») e a Mileto («secondo altri»). Ne consegue che Mileto assume un grado di probabilità di essere patria di Leucippo non molto inferiore a quella di Abdera, in considerazione del fatto che Aristotele, almeno in un caso (De caelo, III, Γ, 4, 303 a 4), si preoccupa di aggiungere l’aggettivo “abderita” al solo Democrito (οϊον Λεύιππος τε καί Δημόκριτος ό Άβδηρίτης) lasciandoci in sospeso reltivamente a Leucippo. Non è inprobabile che lo Stagirita fosse a conoscenza di voci che non davano Leucippo come nativo di Abdera e che in tale occasione abbia voluto precisare il luogo di nascita di Democrito, astenendosi motivatamente dall’attribuire la stessa provenienza al primo, in quanto non era in possesso di elementi sicuri.

    Per quanto riguarda l’elemento b) geografico della nostra analisi va notato che Abdera era facilmente raggiungibile dalle località dell’Asia Minore sia via mare sia via terra in un tempo relativamente breve. E d’altra parte la temperie storica in cui si colloca la vicenda della nascita della filosofia atomistica rende possibile anche un eventuale trasferimento di emergenza, senza grandi difficoltà e in tempi abbastanza ristretti. Si aggiunga che essendo Abdera fondata da popolazioni ioniche, sia con la prima ondata (da Clazomene) sia con la seconda (da Teo), l’origine etnica della popolazione ne faceva un contesto in cui non solo si parlava lo stesso dialetto delle città della Caria e delle zone limitrofe, ma in cui anche relativamente ad ascendenze storiche e culturali, nonché usi e costumi, essa poteva rappresentare un contesto sociale relativamente famigliare sia per un lidio che per un cario. All’opposto, l’ipotesi di una provenienza italica di Leucippo pare del tutto improbabile, sia perché l’unica possibilità di trasferimento era quella via mare, sia per la grande distanza esistente tra la costa tirrenica e le coste settentrionali dell’Egeo e sia, infine, poiché non si vede la ragione per cui un greco di Elea avrebbe dovuto lasciare una patria che stava attraversando un periodo di grande prosperità (in seguito alla caduta di Sibari e alle lotte con con Poseidonia e Lao, nonché all’apertura dei commerci con gli Etruschi (antichi nemici) per cercare fortuna così lontano e in un area funestata di recente dalle guerre persiane.

   Rimane l’elemento c) antroponimico, di per se stesso di importanza non trascurabile, ma che correlato agli elementi sopra esaminati risulta rafforzativo delle nostre tesi e per alcuni versi dirimente.  L’antroponimia è branca dell’onomastica che stabilisce in termini storici, contestuali e topologici, come un nome proprio di persona sia nato, si sia diffuso in una certa area e sia stato usato in quella o in altre aree. Leucippo è il nome proprio di molti personaggi mitici appartenenti ad un areale abbastanza vasto che copre il mondo ellenico attorno al Mar Egeo, concentrandosi tuttavia specialmente nell’area peloponnesiaca meridionale e sulle coste dell’Asia Minore. Va aggiunto che, al femminile, il nome Leucippo veniva declinato in Leucippe e che vi sono numerose eroine mitiche con questo nome, la prima delle quali (in una certa tradizione) sarebbe stata moglie di Laomedonte (uno dei primi re di Troia) e quindi madre di Priamo. In altre tradizioni Leucippe è moglie di Testio (eroe etolo) e madre di Ificlo (protagonista di leggende tessali), in altre va riferita a Micene, in quanto figlia di Testore e sorella di Calcante (il mitico indovino omerico), in altre ancora è madre di Euristeo (re di Tirinto, Micene e Midea in Argolide). Emergono qui una linea mitica principale, quella del Peloponneso meridionale, ed in subordine quella troiana e quella tessala. In ogni caso nulla che possa riferirsi al mondo tirrenico. Per quanto riguarda il nome maschile Leucippo abbiamo almeno nove linee mitologiche derivate da altrettanti personaggi mitici differenti. Li elenchiamo in successione:    

 

  1. E’ figlio di Enomao (re dell’Elide) in una variante laconica del mito di Dafne. Innamorato della ninfa (e quindi concorrente di Apollo) si travestì da ragazza per avvicinarla, ma l’inganno gliela fece perdere definitivamente. In un’altra versione più cruenta Artemide venne a sapere dell’inganno e lo uccise. In un’altra variante ancora è un Apollo geloso che trova il modo di toglierlo di mezzo provocando l’ira delle compagne di Dafne. 

  2.  Nipote di Eolo (re di Messene), figlio di Periere e fratellastro di Tindaro. Fu padre di Febe e Ilera, che andarono spose a Castore e Polluce. La leggenda era diffusa in ambito peloponnesiaco (Laconia e Messenia) e collegata alle imprese dei Dioscuri.

  3.  Figlio di Turimaco, re di Sicione (Argolide settentrionale). La sua figlia Calchinia venne ingravidata da Poseidone. Il figlio che ne nacque (Perato) venne adottato da Leucippo, che ne fece il suo successore.   

  4. Figlio dell’eroe cario Nasso (eponimo dell’isola di Nasso), di cui Leucippo fu re. Sotto il regno di suo figlio Smerdio si verifica l’episodio dell’abbandono di Arianna da parte di Teseo. E’ leggenda tipica dell’ambito cario-egeo.

  5. Figlio di Xantio (discendente di Bellerofonte). Per una maledizione di Afrodite si innamorò della propria sorella e ne diventò l’amante. In seguito a vicende drammatiche legate al suo incesto passò in Tessaglia e con dei tessali fondò poi una colonia a Creta. Cacciato dai compagni ritornò in Asia Minore e fondò la città di Cretineone, nella regione di Mileto. In una variante di questa leggenda Leucofrine, figlia di Mandrolito di Magnesia sul Menandro, aveva tradito la propria patria per amore di Leucippo (che era a capo di un esercito nemico).

  6. Uno dei figli avuti da Eracle con una delle figlie di Tespio (eroe eponimo della città beota di Tespi). Eracle, come è noto, è capostipite della stirpe dorica e quindi appartenente ad una mitologia micenea e forse pre-micenea. Tuttavia la sua diffusione ne fa un personaggio mitologico quasi ubiquitario di tutto il mondo ellenico e quindi difficilmente riferibile ad una regione in particolare.

  7. Figlio di Euripilo, personaggio mitico le cui leggende si dispiegano tra la Tessaglia e il Golfo di Patrasso. In altre varianti Euripilo è un figlio di Posidone che regnò su Cirene in Libia.

  8. Figlio di Pimandro, eroe beota fondatore della città di Pimandria (poi Tanagra). Leucippo venne ucciso involontariamente dal padre con un sasso che era stato lanciato contro il muratore Policrito che l’aveva insultato durante la costruzione delle mura della città. In seguito all’involontario delitto Pimandro dovette abbandonare la Beozia. Fu ospitato da Achille che lo mandò in missione presso Elefenore di Calcide, nell’isola di Eubea. 

  9. Leucippo è figlia di Galatea [11], una donna di Festo (Creta), sposata ad un certo Lampro. Scopertasi incinta il marito le esprime l’auspicio che ella partorisca un maschio, nel caso di una femmina avrebbe dovuto esporla e lasciarla morire. Quando le nasce una bambina Galatea la veste da maschio e le dà il nome di Leucippo. Crescendo Leucippo diventò però una bellissima ragazza, la quale, timorosa del padre, si recò al santuario di Latona, chiedendole di poter cambiare sesso. Desiderio che venne esaudito dalla dea [12].

 

    Come si noterà il nome Leucippo (così come nella versione femminile Leucippe) ricorre in un’area intorno al mar Egeo piuttosto vasta e tuttavia circoscrivibile, che si estende dall’Elide e dalla Messenia (a ovest) alla Tessaglia (a nord) a Nasso e alla Caria (a est) e a Creta (a sud). Non esiste nessun riferimento al mondo tirrenico né a quello più genericamente italico. Noi riteniamo quindi che anche questo elemento antroponimico possa costituire l’ultimo tassello della nostra analisi e ci permetta, insieme con gli altri elementi emersi più sopra, di giungere alla conclusione che con buona probabilità Leucippo potrebbe essere stato nativo della stessa Abdera o ivi trasferito al seguito di correnti migratorie, più o meno connesse alle guerre persiane, provenienti da città sulle coste dell’Asia Minore. Disponendo però di alcune indicazioni (in primis quella di Aezio) che indicano in Mileto la sua città natale (cfr. anche le leggende 4, 5 e soprattutto la 9) ci sembra di poter ragionevolmente concludere che Mileto potrebbe essere stata la città natale di Leucippo o che da essa potesse provenire la sua famiglia. Se la nostra analisi è corretta la provenienza da Elea va quindi recisamente esclusa e con essa il suo non meno improbabile alunnato presso Zenone.

 

 

 

4.3) Leucippo.

 

    Ci è ora possibile affrontare l’analisi della filosofia leucippea in modo corretto, avendo preliminarmente chiarito che si deve escludere dal suo orizzonte il fumoso e improbabile alunnato di Leucippo presso Zenone di Elea, poiché non vi è, a dispetto di tutte le forzature ermeneutiche di cui ha sofferto, alcun punto di contatto col pensiero parmenideo e ancora meno con quello zenoniano, che è incentrato su questioni logico-dialettiche completamente estranee al mondo ionico a cui Leucippo appartiene, nonché all’indagine fisico-naturalistica che lo guida. Siccome però è difficile pensare Leucippo come un fungo che spunta improvvisamente nel bosco del pensiero greco, occorre vedere se sia possibile individuare qualche ascendenza della sua filosofia che risulti più plausibile. Noi pensiamo che non possano esserci dubbi sul fatto che la filosofia leucippea si colleghi “direttamente” a quella di Anassagora (che la precede di non moti anni), della quale costituisce una sorta di affinamento speculativo, ma con la quale mantiene molti punti di contatto, individuabili nell’analogia nous/movimento e in quella omeomerìe/atomi. D’altra parte è solo il caso di ricordare che entrambi i filosofi provengonono dallo stesso contesto culturale, quello dell Ionia [13], che era già stata la culla del pensiero fisico-naturalistico del VII e VI sec.a.C.      

    E tuttavia vi è in Leucippo una novità fondamentale rispetto ad Anassagora ed è la teorizzazione di un nuovo concetto fisico, il vuoto [14], in cui accade tutto ciò che di reale può accadere e senza il quale non accadrebbe nulla. Già i pitagorici avevano parlato in qualche modo di vuoto, ma esso era in un certo qual senso “incoerente” con la teoria dei numeri e quindi improprio in quel contesto. Per gli Eleati poi, com’è noto, il vuoto era concetto fuori causa, semmai relegabile nell’impossibilità del non-essere. Leucippo, invece, elegge proprio il vuoto a fondamento della propria fisica, mettendo con ciò in mora quel concetto di non-essere eleatico fino a convertirlo (semmai ne avesse tenuto conto) in origine e culla dell’essere (quindi esso stesso elemento d’essere in quanto lo rende possible). Ma, ed è novità rivoluzionaria, il Nostro sostituisce l’unità del cosmo con una dualità strutturale, che è a sua volta origine di una pluralità di costituenti elementari indivisibili [15]. Una filosofia che quindi non può, come sostiene qualcuno, partire dall’unità eleatica per “salvare” la molteplicità dei fenomeni, ma che parte da questa per teorizzare il rapporto cosmogonico vuoto-movimento-atomi, in modo completamente avulso ed estraneo all’“essere” parmenideo.

    Ma a ben vedere il concetto di vuoto posto da Leucippo corrisponde esattamente a quello di spazio-vuoto in senso moderno, da ciò il modo completamente nuovo con cui questo ionio del V sec.a.C. concepiscela realtà, con importantissime ricadute anche nel campo scientifico. Aristotele (che nega il vuoto sia perché esso sarebbe infinito e sia perché in esso non ci sarebbero “luoghi” reali e quindi sarebbe impossibile il movimento) rimane invece concettualmente “aldiquà” del vuoto leucippeo [16], che mostra di non comprendere, sostituendovi il suo concetto di spazio, come sede del moto dei corpi fisici in un universo statico ed immutabile.

    Il più importante scritto di Leucippo, l’opera in cui risultava esposta la sua teoria fisico-cosmogonica è, come si è già visto [17], la Grande Cosmologia, che deve essere sempre tenuta ben distinta dalla Piccola Cosmologia, invece di Democrito. A causa di oscure vicende, a cui si è già accennato, quest’opera fondamentale della filosofia greca è andata in gran parte dispersa, venendo inoltre in seguito perlopiù assegnata al più famoso e assai meglio documentato allievo [18].  Fortunatamente una parte di essa ci è pervenuta attraverso Aezio, dossografo non sempre attendibile, ma che in questo caso, per la coerenza discorsiva del frammento, sembra doversi riferire a una descrizione che potrebbe non scostarsi troppo dall’originale. Si tratta del frammento 289 dal Doxographi Graeci di Diels (più tardi 67.A.24 [19] dei Vorsokratiker), che ci offre verosimilmente un passo importante della Grande cosmologia, ma che si colloca sicuramente (si noti l’inciso “allora”) dopo un’esposizione preliminare andata perduta nella quale dovevano esser teorizzati il vuoto, gli atomi e l’infinità dei mondi [20] :

 

    (1) Il cosmo, allora, si costituì configurandosi secondo una figura ricurva in questo modo: essendo gli atomi soggetti a un moto casuale e imprevedibile e muovendosi senza sosta e velocemente, molti corpi si radunarono in uno stesso luogo [e] per questo hanno una tale varietà di configurazioni e di grandezze. (2) Raccoltisi in un identico luogo, quanti di loro erano più grandi e più pesanti si collocarono nel punto assolutamente più basso; quanti di loro, invece, erano piccoli, rotondi, lisci e scorrevoli, venivano espulsi in corrispondenza del sopraggiungere degli altri atomi e venivano sospinti in alto, nella regione superiore. Allora, al venire meno della potenza che li sospingeva, sollevandoli verso l’alto, l’impulso non li conduceva più verso la regione superiore e per l’impedimento degli atomi sottostanti non potevano venir condotti neanche verso il basso, sicché si piegarono a comprimersi nei luoghi dove c’era possibilità di essere accolti. Questi erano i luoghi circostanti e in essi si dispose la moltitudine degli atomi. Essendosi intrecciati a vicenda lungo tutta la curvatura di quei luoghi generarono il cielo. [21]

 

Fin qui si possono evidenziare i seguenti punti: a) l’universo ha un “inizio”, b) ha una forma “curva”, c) gli atomi si muovono di “moto veloce e intermittente” [22], d) questo moto è “casuale” [23], e) gli atomi si stratificano nel vuoto in base al loro “peso”. Ma proseguiamo:

 

(3) Essendo svariati gli atomi della stessa natura, come sopra si è detto, fuoriuscendo verso la regione più alta, diedero compimento alla natura degli astri. La quantità di atomi fuoriusciti per evaporazione percosse l’aria comprimendola. Quest’ultima allora prese a soffiare secondo il movimento e trascinò nel suo moto ventoso gli astri, girando circolarmente con loro, e tuttora ne custodisce il movimento. In seguito, dagli atomi rimasti nella sede inferiore fu generata la terra, mentre dagli atomi presenti nella regione superiore furono formati il cielo, il fuoco e l’aria. (4) Essendo rimasta ancora molta materia nella terra, materia che si condensava sotto lo sferzare dei venti e sotto l’influsso delle auree astrali, si compresse tutta la configurazione delle sue parti più piccole, generando la natura umida: questa, per il suo carattere fluido, fu portata verso il basso, verso i luoghi cavernosi e idonei a recepirla e a conservarla, oppure l’acqua stessa rese certi luoghi cavi e idonei a farle da recipiente. Le principali parti del cosmo furono generate in questo modo. [24]

 

Prosegue il criterio “densimetrico” di stratificazione dei corpi e la formazione del moto ventoso circolare (il “vortice”), dove il vento generatore è la forza che in un certo senso ordina la struttura cosmica e custodisce il movimento [25]. L’acqua si genera dalla terra “per compressione” e va a riempire i bacini naturali che l’accolgono mentre altri ne genera con la sua erosione. Si noterà che fin qui la moltitudine degli atomi pare andare a costituire i classici quattro elementi già visti in Empedocle; il fuoco, l’aria, la terra e l’acqua.  Ma mentre nel filosofo di Agrigento questi erano originari ed eterni, in Leucippo non lo sono; essi sono già infatti natura “secondaria”, di grado derivato da quella originaria (gli atomi) di cui sono soltanto aspetti macroscopici percepibili.

    Nei suoi repertori documentali il Diels (Doxographi Greci del 1879 e Die Fragmente der Vorsokratiker del 1903 e seguenti) ha posposto al frammento da cui sono tratti i due passi che abbiamo citato (e con lo stesso numero di catalogo) un brano di provenienza completamente diversa, che egli ha tratto dall’Epistola a Pitocle di Epicuro resaci da Diogene Laerzio. Ancorché tale associazione verrebbe a confermare la nostra tesi, in quanto nella penultima frase si esprime chiaramente contro la necessità, affermando:

 

[…] Infatti non deve solo generarsi un coacervo atomico né un vortice nel cui vuoto venga per necessità ricevuto il cosmo, affinché questo si generi, come si opina comunemente, un cosmo che poi si crescerebbe sino a venire in urto con un altro, come sostengono alcuni dei cosiddetti “fisici”. Ciò, infatti, è in contrasto coi fenomeni. [26]

 

ci sembra corretto non accettare questo “incollaggio”, in quanto si tratta di un testo epicureo e soltanto in via induttiva riferibile ad un precedente testo leucippeo. Anche se sembra assai probabile la mala fede di Epicuro nel negare l’esistenza di Leucippo ciò non significa che egli, in questo brano dell’Epistola a Pitocle, “ripeta” un passo della Grande cosmologia, mentre è assai più probabile che egli faccia riferimento alla Piccola cosmologia di Democrito, certamente più nota all’epoca e probabilmente ancora in circolazione e di cui contesta però la necessità causale a fronte di un «come si opina comunemente» e di un «come sostengono alcuni dei cosiddetti “fisici”». Com’è noto Epicuro, infatti, col concetto di “declinazione” della caduta degli atomi (parenklisis-clinamen), re-introduce il caso nella fisica atomistica. Proprio quel caso che Democrito aveva espunto e sostituito con la necessità.

    Riteniamo qui opportuna una breve digressione di carattere scientifico, per sottolineare come la teoria atomistica leucippea riveli sì delle straordinarie intuizioni, ma come rimanga comunque assai lontana dalla realtà fisica che la scienza moderna va evidenziando. L’atomo reale è, in effetti, costituito di un minuscolo “pieno” dotato di peso (il nucleo) e di un (proporzionalmente) enorme “vuoto”, che lo circonda e in cui si muovono gli elettroni (che hanno peso quasi nullo). L’atomo è quindi una struttura costituita nella massima parte dal vuoto e con al centro un nucleo infinitamente piccolo, ma che può pesare anche relativamente molto. C’è di più, il peso è realmente un “pieno”; infatti un atomo di piombo è più pieno di uno di ferro, poiché il suo peso, ovvero la sua massa, è 207 contro 56 circa, dove questa massa è data dal numero di protoni e neutroni che costituiscono il nucleo. Quanto maggiore è il numero di queste particelle pesanti tanto meno l’atomo è vuoto. Presi due corpi standard di eguale volume (per es. 1 dm) dei due metalli, quello di piombo è realmente “più pieno” di protoni e neutroni rispetto a uno di ferro, ed inversamente “meno vuoto”. Se prendiamo un atomo leggerissimo come quello dell’idrogeno (che ha massa 1) potremo dire che esso è 56 volte più vuoto di quello del ferro e 207 volte più vuoto di quello del piombo. Riteniamo pertanto che un enunciazione della teoria di Leucippo che non tenesse conto di queste nostre precisazioni (e venisse gabellata tout court per “anticipazione” della fisica moderna) potrebbe generare equivoci gnoseologici assai gravi. Infatti, gli atomi leucippei (a differenza di quelli reali) sono “tutti pieni” e per di più “forme” e non masse.

    Concludiamo l’analisi del frammento Dox. 289 della Grande Cosmologia per ribadire (reperita juvant) come Democrito, introducendo e legando assieme i due concetti di necessità e di vortice, per un verso abbia effettuato una sostituzione della causa cosmogonica “prima”, ma nello stesso tempo, pur mettendo così in ombra il caso, non si sia poi peritato di negarlo chiaramente, lasciandolo così sussistere “sullo sfondo”. Da ciò il già citato equivoco aristotelico, che imputava agli atomisti le contraddizioni ben evidenziate nella Fisica (II, 4, 196 a 25-35) e da ciò la sviante identificazione dell’atomismo democriteo con quello del suo maestro, le cui disastrose conseguenze cognitive già abbiamo evidenziato al paragrafo 3.1. Ovviamente potrebbe anche risultare legittima la tesi che le modificazioni portate da Democrito all’interno dell’impianto leucippeo debbano essere considerate come una evoluzione di esso, nel senso che l’allievo abbia cercato di delineare un passaggio dal caos originario al relativo ordine del mondo reale attraverso l’ “inserimento” della necessità in termini di cogenza (per salvaguardare il relativo ordine del mondo reale). Ma anche ammettendo ciò, in ogni caso, le due versioni dell’atomismo differiscono per un punto di partenza assai rilevante, che non può essere omesso (come abbiamo già sostenuto) in quanto concettualmente dirimente. [27]

    Come abbiamo visto Aristotele mette insieme il caso leucippeo e la necessità democritea come l’aspetto biunivoco di una teoria sì interessante, ma fondamentalmente incoerente:

 

    Vi sono alcuni, al contrario che considerano il caso come causa di questo cielo e di tutti i mondi: ché dal caso deriverebbero il vortice e il movimento che separa e dispone il tutto secondo quest’ordine. [28]

 

Ma ciò che è ancora più interessante è il fatto che egli ritenga qui che dal caso derivi, attraverso il vortice e il movimento, l’ordine. In altre parole, lo Stagirita ha perfettamente tematizzato l’evidente contraddizione caso/necessità insita nel “pasticcio” di cui è vittima l’atomismo e la compone riconoscendo il caso come origine del vortice e del movimento che crea l’ordine. Gli sfugge però che l’ordine per Democrito è diventato “necessitato” e che per una sortas di feed back concettuale la necessità va a sostiture il caso, contraddicendo con ciò Leucippo. Aristotele evidentemente non possedeva elementi storiografici che gli lasciassero intravvedere la la dicotomia esistente tra l’originaria cosmogonia leucippea e le varianti democritee, ma non era giunto al punto di mistificare i dati al punto di minimizzare la teorizzazione del caso, come una sorta di appendice della necessità.   

    Gli atomi per Leucippo erano delle pure “forme” della materia e ad avere peso erano unicamente i corpi da essi formati per aggregazione. Tali elementi “primi” si differenziano per “figura”, per “ordine” e per “posizione”. L’importanza delle teorizzazioni di Leucippo sono testimoniate dalla presenza (più o meno esplicita) di esse nelle trattazioni filosofiche posteriori, specialmente in quella di Aristotele. Si noti che persino l’idealista e anti-atomista Platone sembra quasi riprendere involontariamente il concetto di vuoto leucippeo là dove afferma (Timeo, 51 a, b):

 

[…] e v’è poi una specie sempre esistente, quella dello spazio, la quale è immune da distruzione, e dà sede a tutte le cose che hanno nascimento, e si può percepire senza il senso, per mezzo d’un ragionamento bastardo [intermedio tra ragione e percezione], ed è appena credibile, guardando alla quale noi sogniamo e diciamo esser necessario che tutto quello che è e si trovi in qualche luogo e che occupi qualche spazio, e che quello che non è né in  terra né in qualche luogo del cielo, non è niente. [29]

 

E poco più avanti (52 d, 53 e):

 

    Ecco dunque in breve il mio ragionamento secondo che io penso. V’erano anche prima che esistesse il cielo tre principi distinti, l’essere, lo spazio e la generazione […] [30]

 

Ma che cosa sono questo “essere”, questo “spazio” e questa “generazione” se non dei corrispondenti del “pieno”, del “vuoto” e del “movimento” di Leucippo? E tuttavia, è in Aristotele che noi ritroviamo maggiore attenzione ai principi dell’atomismo. Scrive egli nella Fisica (IV, 6, 213 b 31 - 213 b 1-4):

 

Ora [parla di Anassagora e dei suoi seguaci], non è questo che si deve mostrare, ossia che l’aria è qualcosa, ma che non vi è un intervallo diverso dai corpi, né come separabile né come esistente in atto, il quale separi ogni corpo così da non essere continuo, come affermano Democrito, Leucippo e molti altri tra i fisiologi, o anche se sia alcunché d’esterno a ogni corpo continuo. Ebbene, costoro [Anassagora, ecc.] non giungono neppure alle porte rispetto al problema, ma [vi giungono] piuttosto coloro che sostengono che [il vuoto] esiste. [31]

 

Veniamo ora al passo della Metafisica (I, A, 4, 985 b, 4-10) dove egli afferma: 

 

[…] Leucippo, invece, e il suo compagno Democrito affermano che sono elementi il pieno e il vuoto, [considerando l’uno come essere, l’altro come non-essere], identificando il pieno e il solido con l’essere, il vuoto col non-essere (perciò essi sostengono anche che l’essere non esiste affatto più del non-essere, giacché il vuoto è reale come il corpo), e secondo loro queste sono le cause della realtà, e cause in senso materiale. [32]

 

Il passo è chiarissimo; se il vuoto e il pieno hanno pari dignità ontologica non si vede come il non-essere parmenideo (ciò che non c’è, ovvero ciò che è impossibile) possa diventare il non-essere leucippeo (cio che c’è, ed è reale). Eppure vi sono a tuttoggi degli storici della filosofia che (come abbiamo già sottolineato) osano ancora sostenere che gli atomi leucippei deriverebbero da un sorta di “frantumazione” dell’essere eleatico; per cui Leucippo non negherebbe il primato ontologico dell’essere di Parmenide (il tutto “pieno”) ma si muoverebbe ancora sempre “all’interno” della sua ontologia [33]. Come abbiamo già rilevato, la patente arbitrarietà di una simile tesi è evidente: non solo Leucippo si oppone all’ontologia di Parmenide, ma la rovescia completamente. Il vuoto leucippeo (il non-essere) può essere infatti inteso anche quale realtà primaria che “rende possibile” qualcosa come l’essere in atto; infatti, può esistere un “pieno” poiché il vuoto genera (o almeno consente) il movimento che lo crea; perciò senza il vuoto il pieno semplicemente non esisterebbe. Mentre, in teoria, il vuoto (l’abisso di Esiodo o anche il “nulla”) potrebbe esistere indipendentemente dal pieno. Se la nostra analisi è corretta l’essere (il pieno) non è più “origine”, poiché è il vuoto (il non-essere) a diventarlo, assumendo questo pertanto una priorità ontologica che risulta del tutto opposta rispetto alla filosofia eleatica.

   Ma è il caso di soffermarci anche su un passo che incontriamo poco dopo (I, A, 4, 985 b, 13-20) in cui Aristotele muove agli Atomisti il rimprovero di non aver approfondito l’origine del moto:

 

[…] Essi riducono, tuttavia, queste differenze a tre, ossia alla figura, all’ordine e alla posizione, giacché affermano che l’oggetto si distingue per proporzione, per contatto e per direzione; ma tra queste tre cose, la proporzione si identifica con la figura, il contatto con l’ordine, la direzione on la posizione: difatti A differisce da N per figura, AN da NA per ordine, Z da N per posizione. Ma per quel che concerne il movimento, ossia quale sia la sua origine e quale sia il modo in cui esso è presente nella realtà delle cose, anche questi filosofi, presso a poco come gli altri, hanno lasciato correre per negligenza. [34]

 

Questo rimprovero non ci sembra giustificato, poiché allo Stagirita, in un eccesso di rigore analitico, sembra sfuggire che il movimento è intrinseco agli atomi e non una causa che agisce su di essi. Gli atomi di Leucippo sono tali in quanto dotati, come abbiamo visto, di un movimento intrinseco, continuo, casuale e imprevedibile. Sarebbe come se noi volessimo separare uno spin dallo spinning della particella elementare cui afferisce. Se pure Democrito, come vedremo, sembra ritenere questo moto intrinseco non attribuibile al caso (ma ad una necessità interna agli atomi stessi) rimane il fatto che questo movimento primario degli atomi (che Aristotele sembra confondere col moto secondario dei corpi) non può venire considerato a parte, essendo un attributo “proprio” degli atomi, inscindibile dal fatto stesso di “essere atomi”.  

    Ma Aristotele coglie poi molto bene, e rende con chiarezza, il pensiero atomistico relativamente alla formazione e alle modificazioni degli enti (Della generazione e della corruzione I (A), 8, 324 b 35, passim sino a: 325 a 28) :

 

[…] Ma sono stati Leucippo e Democrito quei pensatori che, partendo da un principio conforme alla realtà naturale, hanno dato le loro spiegazioni con la massima correttezza metodologica e mediante un unico procedimento razionale che abbraccia tutti i problemi.

    Alcuni filosofi antichi [gli Eleati] reputarono, invero, che l’essere è necessariamente uno e immobile; difatti, secondo loro, il vuoto non esiste e il movimento non può, dal canto suo, svilupparsi per il fatto che il vuoto non ha esistenza separata, e neppure esiste una pluralità di cose, perché non esiste ciò che terrebbe disgiunta una cosa dall’altra; […]

    Leucippo, invece, credeva di essere in possesso di argomentazioni le quali, svolgendosi in accordo con la percezione sensibile, non avrebbe eliminato né la generazione né la corruzione, e neppure il movimento e la pluralità delle cose esistenti […] egli afferma che il vuoto è non-essere e che nulla di ciò-che-è si identifica col non-essere: difatti l’essere nella sua più autentica accezione, si identifica con ciò-che-è-tutto-quanto-pieno. [35]

 

 



[1] Su questa nostra tesi non saranno ovviamente d’accordo gli studiosi della filosofia antica che definiremo genericamente “platonici”, come Giovanni Reale e molti altri prestigiosi esegeti (tra i quali includerei anche grandi studiosi del passato come lo Zeller, il Mondolfo e Vittorio Enzo Alfieri), che vedono nell’Atomismo, all’opposto di noi, una confema (o una semplice variante) del monismo eleatico.  

[2] Diogene Laerzio è l’unico ad accennarne, in termini semplicistici, con le parole (IX, 29) «I punti fondamentli della sua dottrina sono i seguenti: i mondi sono molteplici, il vuoto non esiste.»  proseguendo poi con: «La natura di tutte le cose deriva dal caldo e dal freddo e dal secco e dall’umido, che si mutano l’uno nell’altro. Gli uomini sono costituiti da terra e l’anima è una mescolanza degli elementi sopra detti, senza che nessuno di essi prevalga sugli altri.» (Diogene Laerzio  Vite di filosofi, Laterza 1983, vol.II, p.363.)  

[3] Siamo confortati nella nostra tesi dall’opinione di Theodor Gomperz, che nel suo Pensatori greci (La Nuova italia 1967, p.74) così si esprime sull’argomento: «Poiché qui come in altri punti, la loro teoria è, per così dire, la somma di tutto il lavoro compiuto dai loro prdecessori; l’atomistica è stata il frutto ormai venuto a maturazione dell’albero dell’antica dottrina della materia quale era stata concepita e sviluppata dai filosofi naturalisti della Jonia».

[4] Hermann Diels, nel Vorsokratiker (II, 80), avendo raccolto testimonianze nettamente divergenti su Leucippo, ne aveva già concluso che la causa era da imputarsi alla creazione nel IV sec. a.C. del Corpus Democriteum, in cui erano stati acriticamente messi insieme scritti di Democrito e di Leucippo.

[5] I presocratici (Testimonianze e frammenti), tomo secondo, Laterza 2004, p.643.

[6] Atomisti antichi (a cura di M.Andolfo) – Rusconi 1999 - p.105.

[7] I presocratici (Testimonianze e frammenti), tomo secondo, Laterza 2004, p.646.

[8] Ivi, p.660.

[9] Ivi, p.650.

[10] Diogene Laerzio afferma invece: « […] Egli infatti amò la sua patria […] e la preferì all’inutile orgoglio degli Ateniesi, presso i quali non volle mai recarsi, rimanendo in patriaspe tutta la vita.».

[11] Esiste anche un’altra (e più nota) eroina mitica di nome Galatea (figlia di Nereo e amata da Polifemo) che appartiene alla mitologia della Sicilia. In questo caso però non appare nessun personaggio di nome Leucippo.  

[12] Si ricorda che Latona (o Leto) è divinità originaria dell’Asia Minore e che secondo la leggenda si è unita con Zeus a Didima (località presso Mileto) e che da quel momento fu vittima della gelosia di Era. Da ciò il suo vagare in cerca di un posto sicuro (che sarà l’isola cicladica di Delo) dove partorirà Apollo e Artemide).  Didima (16 km da Mileto) col suo santuario dedicato ad Apollo fu uno dei complessi cultuali più importanti della Grecia. Già attivo in epoca arcaica subì distruzioni e ricostruzioni fino all’erezione el grandioso tempio diptero in epoca ellenistica. 

[13] Tra Clazomene e Mileto vi erano circa cento chilometri.

[14] Osserva l’Alfieri: «La premessa logica fondamentale dell’atomismo, per mettere il pensiero in accordo con l’esperienza, è l’affermazione della realtà, e quindi della pensabilità, del non-essere. E, posta l’identificazione eleatica, conforme all’indistinzione verità-realtà, tra essere e pieno, non-essere e vuoto, è così conquistata l’effettiva ed effettivamente pensabile esistenza del vuoto: che è il fondamento necessario per ammettere la molteplicità.» (E.V.Alfieri Atomos idea – Le Monnier 1953 – p.50).

[15] Nota il Farrington: «La logica richiedeva che alla base del mondo della mutabilità ci fosse qualche sostanza permanente. Il buon senso richiedeva che la chiara testimonianza dei nostri sensi relativa all’esistenza di un mondo molteplice e mutevole, non venisse sacrificata alle pretese della logica. La dottrina di Leucippo soddisfaceva entrambe le esigenze.» (Op.cit. p.48).

[16] Va notato che il concetto di vuoto in Leucippo è molto significativo per intuire l’assoluta grandezza di questo poco conosciuto, trascurato ed “equivocato” filosofo. Ma si equivocherebbe ancor più se lo si considerasse un’anticipazione del vuoto fisico reale (cosmico e quantistico) quale ci viene reso noto dalla scienza contemporanea. In effetti questo è un “quasi–pieno” di particelle “virtuali” (ma sperimentalmente rilevabili) che, in un certo senso, sono “in lista d’attesa” per divenire realtà. Ciò che ha preceduto il big-bang è proprio questa pseudo-realtà “non-ancora-reale”: un vuoto quantistico in attesa di dar vita a particelle elementari di materia “reale”. 

[17] Cfr. § 3.1 pp.98-99.

[18] Va comunque notato che gli esegeti moderni tendono a riattribuire la Grande Cosmologia a Leucippo. Anche lo Zeller era di questo avviso e sull’argomento ha scritto: «Il fondatore della dottrina atomistica è Leucippo. Le idee di questo filosofo ci sono tramandate però in modo incompleto, che tra esse e le opinioni del suo discepolo Democrito non potremo operare una distinzione nel corso della nostra esposizione. Da questa comunque risulterà che tutti i fondamenti del sistema sono già contenuti nelle teorie del maestro e che il suo famoso discepolo, come indagatore della natura, non fa che costruire le sue tesi su di essi, senza modificarli in alcun punto essenziale.» (E. Zeller – R. Mondolfo  La filosofia dei greci – vol.V – La Nuova Italia – Firenze 1969 – pp. 137-140).

[19] Il Diels ha associato a questa prima parte della testimonianza una seconda parte, tratta dall’Epicurea dell’Usener, che noi riteniamo non riferibile a Leucippo e verosimilmente (ne ha tutti gli elementi) concernente ivece la fisica epicurea.

[20] È singolare come la tesi della pluralità dei mondi posta da Leucippo attraversi la storia della filosofia con numerosi ritorni (basti pensare a Giordano Bruno) per trovare conferma da parte di non pochi cosmologi moderni (Dennis Sciama, Andrei Linde, Lee Smolin e altri). La pluralità dei mondi è implicita anche nella cosiddetta Teoria delle Superstringhe ed è sottintesa nella teoria del Pre-big-bang che di essa è figlia, formulata all’inizio degli anni ’90 da Gabriele Veneziano (il “primo padre” della teoria delle stringhe). Secondo questo fisico teorico il big-bang che ha dato luogo al “nostro” universo non è che la fase esplosiva di un processo formativo nato da un buco nero di grandi dimensioni, a sua volta nato (insieme a molti altri) in un vuoto quantistico preesistente ed a causa di una perturbazione di esso (cfr. Le scienze - n°429 – maggio 2004 – pp.40-49).

[21] Atomisti antichi (a cura di M.Andolfo) – Rusconi 1999 - p.113.

[22] Vittorio Enzo Alfieri individua nel suo Atomos idea (Le Monnier 1953 – p.84-85) tre specie di movimento impliciti nella teoria atomistica: 1) il movimento pre-cosmico, 2) il movimento cosmogonico e 3) il movimento degli atomi nel cosmo.

[23] La casualità può essere qui intesa nel senso posto dallo Zeller (E.Zeller-R.Mondolfo  La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico – La Nuova Italia 1969 – p.189 e ssgg.), il quale però, stranamente, incorre, secondo noi, in qualche contraddizione, intendendo il “caso” come qualcosa di imputabile a cause non-naturali, ovvero come se si trattasse della divina Tyche: «Questo movimento si può chiamare casuale, solo se per casuale s’intende tutto ciò che non risulta da un’attività finalistica; ma se per casuale s’intende invece un evento che non procede da cause naturali, ciò non s’addice certo agli Atomisti, i quali invece affermano espressamente che nulla nel mondo avviene per caso e che tutto deriva necessariamente da cause precise;» e fin qui saremmo d’accordo anche noi, purché si sottolineasse che in tal caso (nella casualità) le cause “si sconnettono”, ovvero non sono linearmente conseguenti (cfr. Necessità e Libertà, § 3.3). Poi però lo Zeller aggiunge: «e del resto così anche Aristotele come i più recenti scrittori ammettono che gli Atomisti tengono fermo alla necessità di tutto ciò che accade senza eccezione, riconducendo anche ciò che sembra casuale alle sue cause naturali e riuscendo così a dare un’interpretazione rigorosamente fisica dei fenomeni naturali, con una coerenza sconosciuta ai loro predecessori.» e poi conclude con la frase più interessante (in cui noi cogliamo una patente contraddizione): « […]: la necessità naturale è per essi una forza che agisce ciecamente;». Infatti si dice proprio del caso che opera “ciecamente” e “senza necessità”; ma ci chiarisce poi appena dopo il suo punto di vista: «il loro sistema non conosce uno spirito creatore del mondo né una provvidenza nel senso più recente della parola;». Ma sia uno spirito creatore che la provvidenza non determinano forse “sempre” una “necessità” finalistica degli eventi naturali? E ciò non è forse messo in mora proprio dalla casualità?

[24] Atomisti antichi (a cura di M.Andolfo) – Rusconi 1999 - p.113.

[25] Si notino le forti analogie col nous anassagoreo.

[26] Atomisti antichi (a cura di M.Andolfo) – Rusconi 1999 - p.115.

[27] È interessante notare come lo Zeller, che parrebbe un convinto negatore del caso e invece assertore della necessità come principio-base dell’atomismo, si esprima nel seguente passaggio: «Essi [gli Atomisti] escludevano, d’altra parte, ogni spiegazione dei fenomeni naturali sulla base di concetti finalistici: la necessità naturale è per essi una forza che agisce ciecamente; […]» (E.Zeller-R.Mondolfo  La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico – La Nuova Italia 1969 – p.191). Se non vi è finalismo e se una forza generatrice agisce “ciecamente” (al di là di come la si voglia chiamare) mi sembra difficile sostenere che tale forza non sia proprio… il caso. 

[28] Aristotele Opere – vol.III, Fisica – Laterza 1983, p.37.

[29] Platone  Opere complete, vol.6, Laterza p.406.

[30] Ivi p.407.

[31] Aristotele  Fisica (a cura di M.Zanatta) – UTET – Torino 1999 – p.225.

[32] Aristotele  Opere – vol.VI – Laterza 1973,  Metafisica, p.19.

[33] Tesi espressa ripetutamente dagli ermeneuti idealisti del passato ed in tempi più recenti da Giovanni Reale.

[34] Aristotele  Op. cit. ibidem

[35] Aristotele  Opere – vol.IV – Laterza 1983, Generazione e corruzione, pp.43-45 passim.